Vorrei porre un accento sul federalismo e in particolar modo sul “famoso” federalismo fiscale di cui si sta discutendo che a mio avviso finisce per essere solamente uno slogan utile alla lega per prendere voti. È indubbio infatti che l’Italia e la sue istituzioni vadano ammodernate ma con un federalismo che miri ad obbiettivi diversi da quelli presenti nel decreto legislativo. Infatti per quanto mi attiene non mi reputo a priori contrario al federalismo ma anzi credo fermamente che esso abbia degli aspetti positivi che possano risolvere alcuni problemi che attanagliano il paese. Se il federalismo portasse maggiore
vicinanza tra il cittadino e le istituzioni, maggiore controllo sulle risorse e la gestione delle stesse, rafforzamento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, incremento della trasparenza circa il prelievo fiscale con conseguente cessazione da parte del cittadino del sospetto sulle amministrazioni locali. Se inoltre esso portasse a una diminuzione dei livelli istituzionali con conseguente semplificazione dei compiti, quindi un federalismo di tipo Comunale, con lo Stato che esercita la funzione di garante permettendo a tutti indistintamente di poter avere le stesse possibilità di partenza valorizzando quindi i virtuosismi e diminuendo la competizione; ci troveremmo di fronte a una svolta epocale. Ma purtroppo non è così anzi. Da come si può ben capire leggendo il decreto legislativo lo scenario che si prospetta è uno scenario totalmente diverso. Infatti i livelli rimangono inalterati; non vi è nessuna semplificazione delle competenze e inoltre viene meno il cardine di un federalismo che parta dal basso. I comuni infatti non hanno più nessun mezzo al di fuori della tassa di scopo e di addizionali su tasse di tipo nazionale nessun mezzo per poter far fronte alle esigenze e ai servizi di sviluppo economico che tanto vengono chiesti specialmente ai comuni del sud. In sostanza non hanno altra via se non quella di reintegrare i mancati trasferimenti diventato loro stessi soggetti di un innalzamento del regime impositivo. Venuto meno anche l’ ICI una delle poche tassazioni di tipo locale i comuni e specialmente quelli del mezzogiorno si troveranno di fronte ,una volta abbandonato il trasferimento su base storica, a una difficoltà crescente e insuperabile che porterà alla mancata soddisfazione di bisogni materiali e immateriali che costituiscono il nucleo irriducibili dei diritti universali e della persona. Inoltre quello che più preoccupa è il reale rischio di una frammentazione del paese con processi di separazione lenti ma irreversibili tali da minare la cultura e l’idea di bene comune della nazione. D’altra parte sarebbe veramente paradossale che ,mentre il quadro politico e la situazione finanziaria ed economica verso cui evolve il mondo, richiede unità di decisione e di interventi quanto meno a livello continentale, si procede invece in Italia in direzione opposta, introducendo un federalismo di facciata minimo nei benefici ipotetici che sembrerebbe arrecare ma massimo per i rischi a cui espone la tenuta istituzionale economica e sociale del paese.
vicinanza tra il cittadino e le istituzioni, maggiore controllo sulle risorse e la gestione delle stesse, rafforzamento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, incremento della trasparenza circa il prelievo fiscale con conseguente cessazione da parte del cittadino del sospetto sulle amministrazioni locali. Se inoltre esso portasse a una diminuzione dei livelli istituzionali con conseguente semplificazione dei compiti, quindi un federalismo di tipo Comunale, con lo Stato che esercita la funzione di garante permettendo a tutti indistintamente di poter avere le stesse possibilità di partenza valorizzando quindi i virtuosismi e diminuendo la competizione; ci troveremmo di fronte a una svolta epocale. Ma purtroppo non è così anzi. Da come si può ben capire leggendo il decreto legislativo lo scenario che si prospetta è uno scenario totalmente diverso. Infatti i livelli rimangono inalterati; non vi è nessuna semplificazione delle competenze e inoltre viene meno il cardine di un federalismo che parta dal basso. I comuni infatti non hanno più nessun mezzo al di fuori della tassa di scopo e di addizionali su tasse di tipo nazionale nessun mezzo per poter far fronte alle esigenze e ai servizi di sviluppo economico che tanto vengono chiesti specialmente ai comuni del sud. In sostanza non hanno altra via se non quella di reintegrare i mancati trasferimenti diventato loro stessi soggetti di un innalzamento del regime impositivo. Venuto meno anche l’ ICI una delle poche tassazioni di tipo locale i comuni e specialmente quelli del mezzogiorno si troveranno di fronte ,una volta abbandonato il trasferimento su base storica, a una difficoltà crescente e insuperabile che porterà alla mancata soddisfazione di bisogni materiali e immateriali che costituiscono il nucleo irriducibili dei diritti universali e della persona. Inoltre quello che più preoccupa è il reale rischio di una frammentazione del paese con processi di separazione lenti ma irreversibili tali da minare la cultura e l’idea di bene comune della nazione. D’altra parte sarebbe veramente paradossale che ,mentre il quadro politico e la situazione finanziaria ed economica verso cui evolve il mondo, richiede unità di decisione e di interventi quanto meno a livello continentale, si procede invece in Italia in direzione opposta, introducendo un federalismo di facciata minimo nei benefici ipotetici che sembrerebbe arrecare ma massimo per i rischi a cui espone la tenuta istituzionale economica e sociale del paese.
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